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Internet e l'illusione della "democrazia diretta"

La parola “democrazia” sembrerebbe risalire ad Eschilo, mentre è più lontana nel tempo l’origine delle parole monarchia e oligarchia. La prima reale formulazione della democrazia, intesa come potere del popolo, appartiene ad Aristotele, che non la vede così di buon occhio, preferendole di gran lunga una forma di governo mista. La democrazia ateniese è resa celebre da Tucidide, ma la sua conoscenza presso il mondo antico è rafforzata dall’abusata descrizione di Polibio, letterato greco deportato in catene a Roma. Polibio è stato il primo a interpretare la perfezione della res publica romana passando per le categorie greche fornite da Aristotele. Ripresa da Cicerone e successivamente da Rousseau e da Mommsen, la nota tripartizione polibiana ha creato un generale equivoco sul significato di democrazia, rappresentanza, repubblica e costituzione. Ma non è questa la sede per descrivere questo colossale rovesciamento che ha portato Tocqueville - per esempio - a descrivere la democrazia americana, partendo dalla rappresentanza e dalla divisione dei poteri (definizioni che a loro volta nascono dal sistema feudale germanico, aristocratico, nobiliare e antitetico alla res publica del populus romanus ammirata dallo storico di Megalopoli!). La democrazia diretta o “pura” è comunque un sistema dove i governati, semplicemente, coincidono con i governanti. Se in Italia decidessimo di ampliare gli strumenti della democrazia diretta dovremmo giocoforza cominciare a eliminare gli strumenti della rappresentanza. Il rapporto è, infatti, inversamente proporzionale, al netto del bilanciamento dei poteri tra i singoli corpi (un conto è infatti l’esecutivo, un conto è il legislativo, un conto il giudiziario, un conto è l’elettorato, base del sistema della democrazia italiana). E’ possibile questo?

La mediazione del potere tramite la rappresentanza è una conquista moderna, “germanica” appunto, sconosciuta alla democrazia ateniese e alla res publica romana. E’ comunque un sistema che ha preso piede nell’Europa continentale, in Germania, come potere di opposizione dei signori feudali all’imperatore e in Inghilterra già con la famosissima Magna Charta, per diffondersi, in seguito, come idea nella Francia e in America (Montesquieu è il principale artefice del rovesciamento democrazia / rappresentanza). Dato che la rappresentanza, di fatto, esclude il popolo (e il Re in Inghilterra) dalla gestione del potere, è necessario che tra i nuovi poteri rappresentanti si eserciti il sistema checks and balances, un controllo e un bilanciamento tutto interno ai corpi intermedi e all’esecutivo. In Italia il potere è diviso e i controlli appartengono alla medesima logica interna, il popolo, rappresentato dal Parlamento, ne è sostanzialmente escluso. Accedere alla democrazia diretta in Italia, dunque, significherebbe come minimo riportare il popolo dentro il sistema della divisione dei poteri. E’ per questo motivo che, nella pratica, non è possibile esercitare una democrazia diretta tout court, proprio perché bisognerebbe coinvolgere nel meccanismo della decisione (che si presume quotidiana) un numero enorme di persone.

Negli ultimi tempi Internet ha suggerito la possibilità di introdurre la democrazia diretta nei meccanismi decisionali dello Stato. La facilità con la quale la Rete permette di esprimersi consiglierebbe di utilizzarla per eliminare il corpo intermedio, spesso accusato di mala rappresentanza (se non di corruzione e un altro centinaio di reati…) - Per questo tipo di esercizio del potere si potrebbe usare, al contrario, l’espressione democrazia raggiungibile. A conti fatti, comunque, la conquista di Internet si rivela molto più efficace nel meccanismo elettorale, cioè nell’unico momento - per parafrasare Rousseau - nel quale il popolo è libero (di esprimere la propria volontà, i.e. di governarsi), dato che permetterebbe una evoluzione del cd. voto elettronico (dopo una scrupolosa identificazione del corpo elettorale, sia chiaro). Uguale prospettiva sembra aprirsi per la vita interna dei partiti. Una democrazia diretta è possibile? Anche in questo caso i numeri coinvolti tendono ad essere elevati e quindi ad escluderla. Si può inferire una banalissima teoria: maggiore è il numero dei governati, maggiore è l’esigenza della rappresentanza, minore è la possibilità della democrazia. Nei partiti moderni italiani viene più volte denunciata la mancanza di “democrazia interna”. Più prosaicamente si può dire che nei partiti non funziona tanto la democrazia, quanto la rappresentanza. Il sistema della cooptazione non è virus che colpisce la democrazia, ma la rappresentanza, in quanto consente solo a taluni rappresentanti di accedere al vertice delle strutture decisionali. La base è quasi sempre esclusa e viene chiamata a rispondere solamente in pochi momenti essenziali della vita di un partito. Chi volesse introdurre la democrazia diretta in un partito dovrebbe giocoforza eliminare le strutture intermedie (le segreterie, i coordinamenti, le assemblee nazionali et cet.) assicurando alla “base” gli strumenti della decisione: suggestivo, ma per nulla semplice. L’ipotesi di decidere durante l’assemblea, per mezzo di mozioni e di raccolte di firme, mi pare raffazzonata. Ricorda da vicino il modello assembleare, democratico, ma è più un modello d’assemblea di istituto tendente al disordine, che farebbe inorridire Aristotele. Ci troveremmo di fronte a un caso di democrazia istantanea, contrassegnata dall’estemporaneità delle proposte e delle votazioni: non proprio il massimo quando dalla decisione discende l’organizzazione di uno Stato o di un grande partito.

L’unico modo per instaurare veramente una democrazia diretta in un grande paese è quello di proporre un modello democratico alternativo alla rappresentanza. Nella rappresentanza il rapporto tra i poteri è regolato dalla nota formulazione montesquieana della “divisione” (che di fatto esclude in un sol colpo popolo e monarca), nella democrazia diretta il rapporto tra i poteri dovrebbe essere tale da consentire una fluidità nella decisione e un equilibrio all’interno del corpo principale (che identifica il governante con il governato). Una identificazione di questo tipo - come riconosciuto già da Rousseau - è pressoché impossibile. A meno di non pensare a un modello democratico totalmente differente.

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Da Forza Italia al PdL

I
La leggenda narra che Michela Vittoria Brambilla, l’ineffabile “coscionaria” rossa dagli occhi di pesce lesso, una mattina della prima decade di Agosto, con Saturno in transito nella Casa del Leone, si sia recata presso l’Ufficio Marchi e Brevetti per depositare il logo del nascituro PdL: Partito delle Libertà. E’ la seconda volta che Silvio Berlusconi, de facto, costruisce un partito in cinque minuti o poco più. Accadde nell’estate del 1993, quando di fronte all’impossibilità di mettere d’accordo Mario Segni, i leghisti e alcuni vecchi socialisti, per innalzare un fronte moderato in grado di arginare la svolta progressista e radicale di Occhetto - che avrebbe senza dubbio messo una pietra sopra la legge Mammì - il presidente della Fininvest decise di “scendere in campo”, attivando una struttura mobile, di “movimento” appunto (la stessa parola “partito” era screditata agli occhi della pubblica opinione), basata principalmente sull’organigramma di Publitalia e un buon numero di riciclati, cioè di personalità di secondo o terzo piano uscite indenni dall’uragano giudiziario che aveva travolto i partiti tradizionali. Se Forza Italia era un movimento doveva avere per forza carattere di transitorietà. Nell’ottica dei principali studiosi e critici dell’avventura politica berlusconiana (Salvadori, Bobbio, ma anche Montanelli), Forza Italia sarebbe evaporata alla prima sconfitta elettorale, quando l’arco progressista, tornato al potere, avrebbe finalmente messo le mani sulla cancrena dell’assetto televisivo. Le previsioni furono sbagliate perché gli stessi critici (“i politologi”) sopravvalutavano le capacità dei leader della sinistra di mettere all’angolo un avversario tosto, seducente e in possesso di forti risorse finanziarie (il PDS, come noto, era pieni di debiti ed era cessato il periodo delle vacche grasse del finanziamento pubblico, in un contesto economico di bancarotta nazionale): dapprima tentarono di sistemare Berlusconi con un referendum sulle proprietà e una volta al Governo, nonostante le promesse, non fecero una legge adeguata per denudarlo del pericoloso conflitto di interessi, anzi lo legittimarono come costituente, alla nascita della seconda bicamerale per le riforme. Ora se Forza Italia era questo “movimento” (che Berlusconi si sforzava di non far apparire come “partito”) era chiaro che prima o poi doveva finire. Finire o trasformarsi, colando cemento armato nelle fondamenta. Col PDL sta avvenendo questo? La risposta negativa è scontata.

Nella crisi della democrazia italiana, nel confusionario bordello determinato dalla “caduta degli ideali”, che qualche critico malevolo associa erroneamente al dandysmo sfrenato di Bettino Craxi, simbolo della corruzione politica degli anni ‘80, c’è chi lesse nella nascita di Forza Italia un significato ambivalente. Sandro Bondi, nella sua recentissima lettera al Giornale, afferma che Forza Italia nacque per “scongiurare il vuoto determinato da un’eccezionale circostanza storica (il crollo delle ideologie determinato dalla caduta del Muro di Berlino) e dal disfacimento del sistema che aveva retto la prima Repubblica, di cui la falsa rivoluzione giudiziaria (Tangentopoli) rappresentò non la causa ma l’effetto finale”. E’ chiaramente una mistificazione, o meglio, una interpretazione a posteriori dedotta dalle successive vicende storiche. In pratica è un anacronismo, Bondi sposta nel tempo giudizi che allora nemmeno Berlusconi formulava. Questi, infatti, fu il primo beneficiario della “falsa rivoluzione giudiziaria” e anzi ne fu grosso sostenitore, in modo talmente evidente che gli inviati della Fininvest al tribunale di Milano hanno fatto carriera come show-man! Proprio nel 1993, l’anno della preparazione alla discesa in campo, Berlusconi appoggiava Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli e costruì il suo partito nell’ambito di quella tempesta giudiziaria e non prescindendo da essa. Bondi ovviamente ricama la favola salvifica del soter Berlusconi, l’uomo del “nuovo miracolo italiano”, che porta nella politica la competenza dell’imprenditoria privata al servizio “non di pochi interessi particolari e corporativi, ma dell’interesse generale del Paese” (cito sempre Bondi).


II
Una interpretazione sostanzialmente rovesciata hanno proposto i critici della “discesa in campo”, influenzati dalle sortite popperiane sul terreno della modernità e dagli ammonimenti severi di un vecchio liberale quale Norberto Bobbio, che vedeva in Forza Italia un partito “eversivo”. Il proprietario della “cattiva maestra televisione” Berlusconi, come uno stregone incantatore, avrebbe ridotto il paese all’obbedienza, gettando la maschera dell’innovatore salvifico per mostrare il muso feroce del tiranno catodico. Più seriamente si temeva - e giustamente - la deriva populista indotta dal controllo di una buona parte del mondo editoriale e televisivo italiano, sulla base di un movimento estemporaneo nato dalle ceneri di un sistema degenerato e giunto al collasso. Berlusconi e la sua formula politica non erano temuti in quanto nuovi, ma in quanto “sconosciuti” rispetto ai rassicuranti riti bizantini dei palazzi romani. Per dirla con le parole in voga di questi tempi: Berlusconi era l’anti-politica che rovesciava la politica (in Italia il governo degli interessi, la poliarchia). C’era una tale eccitante energia dietro l’imprenditore e i suoi alleati - un Fini come quello del 1993-94 faceva davvero sperare i giovani trentenni di oggi - che pareva impossibile che un Occhetto con le lacrime agli occhi e la giacca marrone potesse sbarrare la strada a questa nuova orda barbarica (per parafrasare Giorgio Bocca). Nella critica politica non è mancato chi ha visto in Forza Italia e nella estemporanea vittoria del 1994, maturata all’improvviso, tra il morire dell’inverno e il buongiorno della primavera, una forzatura rispetto all’auspicata “alternativa di sistema” dei movimenti referendari delle stagioni precedenti. E invero, fu proprio la vittoria dell’Ulivo del 1996 a portare la prima reale e consistente alternanza di governo della nostra breve storia repubblicana. Un’affermazione talmente piena, nel significato storico, che ha condotto direttamente al grande successo di Forza Italia nel 2001, con un numero di voti pari a quello dei grandi partiti di massa del secondo dopoguerra. Andavano al governo i comunisti, poteva andarci anche Berlusconi. Il Cavaliere era stato legittimato a governare una seconda volta - dopo il sostanziale fallimento della prima formula di governo - sulla base del nuovo sistema dell’alternanza concretizzatosi con la vittoria dell’Ulivo.

L’anno cruciale però è quello della nascita di Forza Italia e dei grandi referenda elettorali: il 1993. Fu in quel periodo che si fece strada l’idea del bipolarismo, della lotta tra due coalizioni, della scelta ineludibile tra destra e sinistra (confermata dal magro risultato dell’equivoco centro di Martinazzoli), dei due grandi partiti di popolo insomma. C’era chi inseguiva il modello americano, chi guardava al modello inglese, chi a una via italiana fatta di partiti-coalizione in grado di rappresentare e dirigere - in una prospettiva maieutica - i molteplici interessi della nostra società. Si trattava di far nascere nel seno della società civile - esecrata o glorificata a seconda dei momenti - dei grandi agglomerati politici, attraverso procedimenti di fusione per nulla estranei alle culture dei partiti pre-esistenti. E se da un lato, a sinistra, cominciava a ribollire il brodo del partito “democratico”, a destra doveva nascere, nella mente di tutti, un partito popolare, unitario, “conservatore”. “liberale” o “repubblicano”. Se potessimo tornare indietro nel tempo di otto, nove anni, almeno alla fine dello scorso millennio, nelle cronache dei giornali troveremmo che la prospettiva di unificazione dei poli era ritenuta più possibile a destra che a sinistra. A questa opinione concorrevano il giudizio sull’eccessiva frammentazione della sinistra di governo, che aveva mandato a monte il primo nocciolo di “partito democratico”, rappresentato dall’ulivismo di Romano Prodi, e l’idea che i partiti di centrodestra, in minor numero, fossero più facili da fondere, in quanto collegati da una piattaforma programmatica abbastanza omogenea. Come si vede, giunti alla fase decisiva, quell’opinione era sbagliata. Dietro questo errore ci sono molti motivi: in primo luogo si è sottovalutata la spinta unificante di Romano Prodi che, per un tipico evento fortuito della storia, nonostante la sua conclamata mediocrità, viene a recitare una parte decisiva per il futuro assetto politico del paese. Mediocre come Pompeo, affronta il Berlusconi Cesare ad armi pari, riuscendo a inculcare negli alleati il suo principale disegno: l’eliminazione dalla scena politica dei vecchi rottami “socialisti”, nel nome di un “governo dei compromessi” che bilanci l’esigenza della produzione e del ricavo con quella della redistribuzione del reddito. Prodi, infatti, è la miglior garanzia contro le spinte antiglobaliste della nuova sinistra: l’aspetto migliore del partito democratico è che potrebbe svolgere un ruolo “egemonico” nella sinistra, assicurandosi la capacità di dialogo con i movimenti sindacali e le rappresentanze dei datori di lavoro. Se si riesce a slegare il Partito Democratico dalle sorti del Governo Prodi, il risultato definitivo sarà raggiunto senza troppo sforzi. Questo progetto che il professore bolognese non si vergogna di definire ultradecennale, nacque dalla sibillina intuizione di personaggi intelligenti come Parisi, il “banchiere cattolico” Bazoli e il grande economista Andreatta.


III
Il partito democratico, nel pensiero dei suoi ideatori, nasce come un grande nucleo regolatore di interessi molteplici, in grado di attenuare le spinte “radicali” della nuova sinistra antiglobalista e movimentista, rassicurando in tal modo i detentori dei diffusi centri di potere. Per raggiungere questo scopo bisognava tuttavia passare per le forche caudine della fusione dei due partiti principali, eredi dei grandi partiti di massa del secondo dopoguerra. Per Romano Prodi i Democratici di Sinistra non sono stati mai una risorsa da unire alla Margherita (nata, non a caso, dall’unione de’ “I democratici” con i “popolari” di Franco Marini), ma un peso, un ostacolo. Ha favorito la nascita del partito democratico - moderato, più vicino al centro - il balbettio continuo dei dirigenti dei DS, che non hanno saputo trasformare, in definitiva, il Partito Comunista Italiano in un grande Partito Laburista Europeo, di ispirazione socialista, social-democratica, che assorbisse l’elettorato alla sua sinistra, facendo defluire il centro popolare, più comodamente, nell’area conservatrice. Eppure Massimo D’Alema ha investito parte del suo tempo a immaginare una “Cosa 2”, di impronta socialista, che rilanciasse definitivamente la Sinistra italiana, orfana del suo grande contenitore nazionale. Nella battaglia tra i due tentativi di unire la sinistra, l’ha spuntata Romano Prodi, aiutato in questo dal tradimento sotterraneo di Walter Veltroni e dall’incapacità ormai riconosciuta di Piero Fassino, che ha consegnato al PD un partito privo di forze, al minimo storico. Il Partito Unitario della sinistra sarà dunque un grande partito di centro-centro-sinistra, che proverà a fondere la morale cattolica con l’idea positiva del progresso. Una contraddizione ideologica che non è sfuggita al perfido transfuga Mussi.

Ciò che sconcerta gli elettori di centrodestra, tuttavia, non è la formazione di un così fatto Partito Democratico. Bisogna anche saper distinguere la propaganda dalla realtà, scansando dalla via delle nostre interpretazioni, per esempio, l’eccessiva enfasi posta sull’aggettivo “democratico”, che nella polemica politica contingente, odierna (cioè il contrario di un progetto che si intende preparato per il futuro) guarda sempre a Silvio Berlusconi e alla sua ostentata autocrazia. Quel che delude e mortifica i giovani e preparati elettori del centrodestra è l’aver assistito per dieci anni al sogno che il centrodestra avrebbe portato loro l’America in casa (elezioni dirette, coinvolgimento della base, primarie, un grande partito liberale e conservatore) e constatare, amaramente, che questo sogno è stata in parte realizzato dalla Sinistra, considerata retriva e refrattaria a una qualsiasi innovazione politica. In risposta alla primarie, alla scelta del leader, a una dinamica tutto sommato aperta, partecipata… in altri termini democratica, il centrodestra italiano risponde con la registrazione di un marchio, l’apertura di circoli da parte di un discusso e discutibile amico intimo di Berlusconi, l’apertura di circoli da parte di una non meglio precisata attivista, conduttrice televisiva, collaboratrice di Berlusconi, nonché le tavole rotonde ideate e dirette da una decina di ininfluenti intellettuali, tenuti in vita da Berlusconi medesimo. Insomma, manca lo slancio ideale e il sostrato culturale. Un vero salto nel futuro del partito unico di centrodestra lo si poteva fare nelle scorse elezioni amministrative, proponendo le primarie tra concorrenti dei singoli partiti, verificando sul terreno la capacità della coalizione di mantenersi unita anche nel momento dello scontro democratico interno, che caratterizza la vita dei grandi partiti americani (e non solo: si pensi alle lotte nel partito socialista francese per elezioni presidenziali). Ma è evidente che oltre alla reale prospettiva, manca l’humus dove far germogliare i semi. Slegata dall’azione di governo, che costringe a rimanere uniti nella buona e nella cattiva sorte, in cambio del prestigio sociale e del potere, la coalizione di centrodestra si è lentamente corrosa, frantumata, fino a divenire la sterile sommatoria di quattro partiti leaderistici che non sempre votano insieme al Senato. In questa situazione ogni tentativo di forzare la mano diventa una mossa egoistica, prontamente respinta dai leader, gelosi della loro indipendenza e autonomia. Ma se Fini è rimasto tredici anni al dodici per cento, un motivo ci sarà. E il motivo è di fondo: manca la capacità di superare la fase temporanea del berlusconismo (in senso non dispregiativo, cioè di un momento storico delicato con Berlusconi come protagonista).


IV
Torniamo dunque al punto di partenza: Berlusconi e Forza Italia. Cosa c’è di sbagliato nella scelta di imporre il PDL e Michela Vittoria Brambilla agli elettori di centrodestra? Apparentemente nulla, se non si trattasse dell’ennesima leadership ottriata, calata dall’alto. In fin dei conti cosa si sa di questa donna e del PDL? Nulla, se non che l’idea, il viso, le gambe e il nome del nascituro partito vengono ogni giorno propagandati nella “televisione delle libertà” voluta dal Cavaliere medesimo. I contenuti sono gli stessi zeppi di accenti populistici e movimentisti del Berlusconi leghista dell’ultimo anno. Il tentativo, tuttavia, sembra quello di imporre un marchio che si reputa vincente. Tra le riflessioni più recenti sul PdL interessante è la lettura proposta da Mario Sechi, notista politico principe del Giornale. L’idea di fondo, a grandi linee condivisibile, è che la registrazione del simbolo del PdL guardi più alla prossima scadenza elettorale, contrassegnata da un referendum impossibile da respingere. Il PDL, per citare l’Autore, sarebbe dunque un ombrello sotto il quale ripararsi nella battaglia contro il Partito Democratico. Mantenendo la coerenza interna di questo breve e modesto scritto si può ribadire che ogni operazione politica è una operazione di consenso, ma in questo preciso caso la creazione del partito unitario scaturirebbe dal contingente, nel modo tutto sommato avventuroso della nascita di Forza Italia. Tra 25-30 anni, quando la cronaca diventerà Storia, non mancherà chi ha visto nella mossa della Brambilla la scintilla che ha provocato l’incendio democratico del futuro centrodestra italiano!

Negli ultimi anni, durante il governo Berlusconi, Forza Italia è stato il partito della non proposta, stretto com’era nella posizione di partito che si muove in simbiosi con il leader (un presidente del consiglio costretto a mediare giorno e notte all’interno di una coalizione). In via eccezionale, cioè durante gli appuntamenti elettorali, FI ha ritrovato la propria capacità capillare di entrare nel territorio e farsi sentire con voci distinte da quelle di Berlusconi. Una eccezionalità sfumata e castrata dalla nuova legge elettorale. Attualmente Forza Italia è un partito inscindibile da Berlusconi: è ancora il partito del leader a 14 anni di distanza dalla discesa in campo descritta all’inizio. Mentre altrove esistono i leader di partito, a destra abbiamo ancora il partito del leader. L’aspetto non è tutto negativo, intendiamoci. Un accentramento di questo tipo ha di fatto eliminato la concorrenza interna in Forza Italia, dove Berlusconi gestisce in prima persona le carriere politiche di chi intende succedergli o stargli vicino. Questo aspetto monolitico, autocratico, ha generato pochissime turbolenze ed è stato uno dei fattori principali che stanno dietro la riuscita del “lungo governo” berlusconiano, il più lungo della nostra storia repubblicana. La stessa capacità di leadership interna si riflette all’esterno, nel rapporto tra Berlusconi e gli Alleati. Quando Berlusconi tratta con Fini porta sulle spalle un finto partito che può prendere tanti voti e rimarrà sempre suo, Fini deve far sempre i conti con quella parvenza di democrazia che è rimasta dentro Alleanza Nazionale (e prova di questo continuo confronto è la fuga dispettosa dei vari Storace, Fisichella et cet… nel corso degli anni). Immaginatevi un Sandro Bondi che critichi una posizione ufficiale di Berlusconi, non è mai successo, ne mai succederà, a differenza delle diverse vedute che animano alcuni dibattiti in AN e nell’UDC (anche la Lega, per una forma originale di “culto della personalità”, si presenta come un partito del leader, anche se la capacità decisionale di Bossi pare fortemente ridimensionata e non dimenticando il clamoroso strappo di Maroni del 1994).

In ogni caso ritengo che si possa dire che è sempre meglio avere un partito confuso, ma democratico piuttosto che un partito deciso, ma non democratico.

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